Credo nelle case che raccontano chi siamo.
E, forse, anche per imparare a osare un po’.
Quando ho visto questa stanza per la prima volta ho avuto una sensazione precisa: non era ancora di nessuno.
C’erano un letto, un grande armadio e poco altro. Era diventata la stanza di un ragazzo quasi per necessità, dopo che i due fratelli avevano smesso di condividere la cameretta dei bambini.
Ma a quell’età una stanza dovrebbe cominciare a raccontare qualcosa di chi la vive.
E quella aveva ancora tutto da raccontare.
Non serviva ricominciare da capo.
Il letto e l’armadio potevano restare. Quello che mancava era tutto ciò che avrebbe trasformato una semplice stanza in uno spazio da ragazzo.
Una scrivania abbastanza grande per studiare e per il computer. Spazi per libri e oggetti. Tessuti nuovi, più adulti, nelle tonalità del grigio.
E una parete da cui cominciare.

Poi le ho proposto una cosa che, nella mia testa, aveva perfettamente senso. Una poltrona sospesa.
Nella sua, evidentemente, un po’ meno. “E se mi cade il soffitto?”
Il soffitto, per fortuna, è ancora lì. E oggi quella poltrona è il posto che usano di più quando sono insieme. Per parlare, ridere, stare un po’ vicini.
Alla fine, il vero azzardo non era la poltrona. Era fidarsi.
Per le fotografie avevo appeso una ghirlanda di luci con piccole mollette, dove avevo raccolto cartoline e biglietti.
Doveva essere solo un dettaglio per quel giorno. È rimasta.
Anni dopo è ancora lì, esattamente dove l’avevo messa.
Forse è questo il bello di una casa: alcune cose entrano per caso e poi diventano parte della sua storia.
Oggi quella stanza è ancora lì, quasi come l’avevamo lasciata.
E mi piace pensare che sia riuscita a fare quello per cui era nata: accompagnare un ragazzo mentre cresce, lasciandogli spazio per studiare, per stare da solo, per invitare qualcuno, per cambiare idea.
E, ogni tanto, per sedersi su quella poltrona insieme alla sua mamma.
