Credo nelle case che raccontano chi siamo.
Una casa pensata per piacere a molti, senza rinunciare al carattere.
Quando ho visto questo appartamento per la prima volta ho pensato che sarebbe stato facile renderlo piacevole.
C’erano già buone basi: il pavimento in legno, un living luminoso, un piccolo balcone e quel bagno rivestito di mosaico blu che, invece di nascondere, meritava di essere valorizzato.
E poi c’era la cucina.
Una nicchia.
Adoro le cucine nelle nicchie: un piccolo ambiente dentro un ambiente più grande.
La richiesta era chiara: un appartamento da affittare, arredato, con un budget contenuto.
Il proprietario temeva che il budget potesse penalizzare il risultato.
Io invece pensavo che anche una casa destinata a qualcuno che ancora non conosciamo potesse avere carattere.
Doveva poter piacere a una giovane coppia, a una persona sola, a un professionista.
Neutra, sì. Impersonale, mai.
Quasi tutto era stato scelto con attenzione al costo.
Poi c’era quella parete. Nera, a lavagna. Non era indispensabile. Non era nemmeno particolarmente prudente, se l’obiettivo era accontentare tutti.
Ma io la volevo.
Forse perché le pareti lavagna hanno qualcosa di infantile: riportano alla memoria i gessetti, le mani sporche di polvere e la libertà di scrivere, cancellare e ricominciare.
In una casa così essenziale, ci voleva un piccolo capriccio.

La cucina era piccola e aveva un problema niente affatto piccolo: una caldaia enorme da nascondere.
Adattare i moduli Ikea per trasformarli in qualcosa di quasi su misura ha richiesto più pazienza del previsto.
Ricordo ancora le giornate e le serate con i falegnami, mentre cercavamo di far quadrare ogni pezzo.
Io, però, continuavo a guardare il risultato che avevo in testa.
La cucina era proprio all’ingresso.
Doveva diventare il primo dettaglio da notare, non quello da nascondere.
Questo progetto è arrivato nei primi anni della mia attività. Eppure ricordo di averlo affrontato con grande sicurezza.
Non avevo bisogno di partire dagli acquisti. Partivo già dall’insieme: immaginavo l’atmosfera, le proporzioni, il modo in cui i materiali e i colori avrebbero dialogato.
Poi cercavo il modo di arrivarci rispettando il budget.
È una delle cose che ho imparato a riconoscere come parte del mio modo di progettare.
La seconda camera l’ho lasciata volutamente libera.
Non sapevo chi avrebbe abitato quella casa e quindi non volevo decidere al posto di qualcun altro.
Poteva diventare una camera per un bambino, uno studio, una stanza guardaroba.
A volte progettare significa anche lasciare spazio alla vita degli altri.
Il risultato mi è piaciuto. Ma la soddisfazione più grande è stata sapere di averlo ottenuto rispettando il budget che ci eravamo dati.
L’appartamento è rimasto sul mercato pochissimo tempo. È stato affittato alla prima visita.
E sì, lo ammetto: un piccolo “lo sapevo” me lo sono concesso.