Credo nelle case che raccontano chi siamo.
Una casa può avere quattro camere da letto e non avere ancora lo spazio giusto per quattro persone.
Quando ho guardato per la prima volta la planimetria, ho pensato a una mattina qualunque.
Quattro persone che si alzano, due bambine con lo zaino in mano, tutti pronti a scendere.
E quel corridoio lungo e stretto, con le camere e il bagno che sembravano quasi interrompere il passaggio.
Mi sono chiesta come avrebbe funzionato quella casa qualche anno dopo.
Le bambine avevano ancora sette e nove anni, ma sarebbero diventate adolescenti. Avrebbero avuto bisogno dei loro spazi, di una scrivania, di un posto dove stare con le amiche, di una stanza che potesse crescere insieme a loro.
Perché una casa non può essere pensata soltanto per il presente.
I bambini crescono. E anche gli spazi devono poter crescere con loro.
La richiesta iniziale era molto semplice: una cucina chiusa.
E in effetti, quando si vive una casa in quattro, avere un ambiente separato può essere una comodità: gli odori, il disordine, tutto quello che succede mentre si prepara la cena può rimanere lì.
Ma chiusa non voleva dire isolata.
Ho pensato alle case francesi, alle loro vetrate, alla luce che passa da una stanza all’altra senza che gli ambienti perdano la propria identità.
Così la cucina è diventata una stanza vera, ma ancora in dialogo con il resto della casa.
E quel colore intenso che ho immaginato per la struttura doveva servire proprio a questo: farla notare.
I clienti hanno accolto subito l’idea.
Per le bambine non cercavo semplicemente due camere.
Cercavo due spazi che potessero accompagnarle mentre crescevano.
Da piccoli si condivide tutto: i giochi, le giornate, i segreti.
Poi arriva il momento in cui si comincia ad avere bisogno di un angolo tutto proprio.
Una scrivania. Un letto. Un armadio. Un posto dove chiudere la porta, se si vuole.
L’indipendenza comincia anche da qui.
Al piano di sotto avevo chiuso un open space. Al piano di sopra, invece, ho fatto esattamente il contrario. Ho eliminato una parete.
Il progetto prevedeva uno studio, ma quello spazio era stretto e soffocato da porte e corridoio. Togliendo la parete ho lasciato che lo spazio respirasse.
Lo studio è rimasto. Solo che non aveva più bisogno di essere una stanza chiusa.
A dividere lo studio dal resto non ho messo un muro. Ho immaginato una libreria aperta.
Così la funzione rimaneva chiara, ma la luce poteva attraversarla e il corridoio smetteva di essere un corridoio.
Mi piace quando un elemento può fare più di una cosa. Separare, senza dividere.
Anche nel living ho cercato di non creare barriere.
Per questo ho immaginato un divano senza schienale: chi è seduto non deve necessariamente dare le spalle a chi è a tavola e, entrando dalla porta, lo sguardo può attraversare tutta la zona giorno.
Quando progetto un ambiente, provo sempre a guardarlo da dove lo guarderanno le persone che lo vivranno.
Non solo dall’alto di una planimetria. Ma entrando dalla porta. Sedendomi sul divano. Passando da una stanza all’altra. E lì che capisco se uno spazio funziona davvero.
Perché una casa non deve essere soltanto bella. Deve riuscire a far vivere bene le persone che la abitano.